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Zaha Hadid firma il Museo nuragico

Zaha Hadid Architettura Contemporanea

 


Sarà firmato dalla stella irachena Zaha Hadid, il Museo Mediterraneo di Arte Nuragica e di Arte Contemporanea che sorgerà a Cagliari (precisamente sul fronte mare di Sant’Elia).

Dopo i numerosi segni in Italia -vedi la stazione TAV di Afragola, il MAXXI di Roma, il

Regium Waterfront di Cagliari o il

Nuovo Teatro di Verbania (solo per citarne alcuni)- il premio Pritzker Zaha Hadid firma anche il museo nuragico che sorgerà a Cagliari vincendo il concorso Betile indetto dalla regione Sardegna in collaborazioni con Domus e PoliMi. Una concrezione corallina mozzafiato felicemente arenatasi sulle rive del golfo di Cagliari. 

 

Un’architettura scultorea bianco accecante, come la pietra calcarea della città che lo vedrà sorgere, si presenta aperta e dinamica all’esterno come all’interno la cui fruizione da parte dei visitatori, invitati a seguire percorsi espositivi, formativi e commerciali, determina il disegno stesso dell’edificio.

 

 

L’architetto Boeri così spiega la vittoria del progetto di

Zaha Hadid: “La giuria ha valutato la straordinaria sensibilità contestuale del nuovo organismo architettonico, che comportandosi come una “concrezione corallina” asseconda, ricuce e riconfigura un intero brano del fronte mare cagliaritano”. 

 

Il progetto firmato da Zaha Hadid per il museo dell’arte nuragica e contemporanea “rappresenterà –prosegue Boeri - insieme un nuovo landmark nel paesaggio cagliaritano, l’occasione per una esperienza inedita – sia percettiva che corporea- e il luogo di sviluppo e sedimentazione di fertili contaminazioni tra identità storica identità futura per tutto il sistema territoriale e insulare della Sardegna”.

 

 

Questa opera architettonica, assieme al bellissimo Regium Waterfront cagliaritano, concorre alla riqualifica urbana del quartiere Sant’Elia. Immagino che i sardi ne siano orgogliosi. C’è qualche sardo che vuole commentare il progetto? Altre immagini

 

 

 
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Museo Arte Nuragica e di Arte Contemporanea di Zaha Hadid
Zaha Hadid museo cagliari

Fonte: A+D
By Ivana

 

04/12/2009 commenti (0)

L’energia di un giardino in movimento

Il giardino in movimento sorvegliato con cura dal paesaggista nell’esperienza e nel racconto di Gilles Clément

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Giardino in movimento, giardino planetario, terzo paesaggio: ecco i tre concetti fondanti del pensiero di Gilles Clément, che trovano corpo e forma nei nove progetti firmati dal paesaggista francese e raccolti nel volume ‘Nove giardini planetari’ curato dall’architetto e critico Alessandro Rocca. Un pensiero, quello di Clément, che presenta connotazioni ecologiche, politiche, sociologiche. Una concezione che va oltre i confini delle discipline cui si dedica, ovvero quelle del paesaggismo e dell’architettura, che racchiude una visione del mondo affascinante e suggestiva. Perché Gilles Clément è sì ingegnere, agronomo e paesaggista, scrittore prolifico e viaggiatore, ma anche giardiniere, come lui stesso si dichiara. E, soprattutto, filosofo. Anzi, ‘il più filosofo dei paesaggisti francesi’ come lo ha definito il professor Alain Roger, esimio critico e docente di estetica presso l’Università di Clermont-Ferrand. La definizione di ‘giardino in movimento’ viene coniata nel 1984 da Clément stesso in un breve articolo intitolato ‘La friche apprivoisée’, ‘l’incolto addomesticato’. Dove la friche è lo spazio in cui le specie vegetali si sviluppano liberamente e autonomamente. “Il giardino in movimento” dice Gilles Clément “interpreta e sviluppa le energie presenti sul luogo e tenta di lavorare il più possibile insieme, e il meno possibile contro, alla natura”. Protagonisti di questo spazio sono il dinamismo, la trasformazione, la libera evoluzione delle piante e dei fiori: è il giardino stesso che asseconda i naturali e rapidi spostamenti delle specie erbacee sul terreno. E l’uomo vi disegna tragitti sempre diversi per favorire quanto più possibile questa tendenza. Ecco quindi delinearsi la figura del paesaggista-giardiniere, che sorveglia il giardino e ne segue e cura lo sviluppo nel tempo. Una prima realizzazione di giardino in movimento presentata al pubblico è il parco ‘André Citroën’ a Parigi, “un luogo” dice Gilles Clément “dove vi è molta energia, che può apparire molto selvaggio ma in realtà è sempre curato da un giardiniere. Rappresenta una sorta di manifesto di come questo nuovo sguardo sul giardino sia possibile e come sia possibile questo ‘governo’ del giardino”. Un altro esempio è il laboratorio sperimentale di La Vallée, di proprietà dello stesso Clément che l’acquistò nel 1977, per “realizzare una creazione permanente, un luogo di tolleranza in cui si rifugiano tutte le specie viventi, un ambiente in cui vivere, vivere con calma”. Questo ‘movimento’, questo ‘lavorare insieme alla natura’ che rappresenta il carattere peculiare di ogni giardino, esteso a una dimensione più ampia e applicato a tutto il pianeta dà luogo al ‘giardino planetario’. Un’attuazione del quale è costituita dai giardini mediterranei del ‘Domaine du Rayol’, tra Saint Tropez e Tolone. Qui sono rappresentate centinaia di specie tipiche del bioma mediterraneo, provenienti dal Cile, dalla California, dalla Nuova Zelanda, dall’Australia, e assemblate in “una combinazione di paesaggi singolari, emblematici di regioni lontane che hanno un clima simile a quello del litorale del Var. Il giardino è dunque composto da paesaggi biologicamente simili ma plasticamente diversi, con differenze che chiariscono il rapporto tra l’ambiente e l’evoluzione”. “Molte specie” continua Clément “sono caratterizzate dalla gestione attraverso il fuoco”. Perché alcuni esemplari, provenienti soprattutto dal Sudafrica, dal Cile o dall’Australia, ovvero da Paesi teatro di incendi a ripetizione, hanno dimostrato di di poter essere risvegliate dallo choc termico causato dal fuoco, o da quello chimico prodotto da sostanze presenti nel fumo. A dimostrazione che la catastrofe può essere sfruttata come mezzo per la gestione del paesaggio. Ecco allora i ‘Piropaesaggi’ di Rayol, che realizzano gli ‘incontri planetari’ di querce da sughero, blackboys, pirofite passive, gigli del fuoco, hakee, protee, matoral. E infine, compendio e completamento dei primi due, il ‘terzo paesaggio’, i frammenti ‘indecisi’ del giardino planetario, “l’insieme degli spazi abbandonati, che sono i principali territori di accoglienza della diversità biologica”. Quegli spazi dimenticati e ignorati dall’uomo, che possiamo trovare ovunque: sul ciglio della strada, nell’aiuola incolta, nell’area industriale dismessa, ai bordi dei campi. Questi rappresentano le ultime difese della biodiversità, una sorta di riserva genetica del nostro pianeta. Caratteri che troviamo riproposti sull’isola Derborence, nel parco Henri Matisse a Lilla. Un pezzo di natura che realizza autonomamente, su una superficie di 3500 metri quadrati in cima a uno zoccolo di cemento inaccessibile, il suo proprio paesaggio, creato spontaneamente e autonomamente. Ogni sei mesi il giardiniere esegue un controllo, per assicurarsi che tutto proceda regolarmente. Senza fare nulla, per non interferire con lo sviluppo del luogo, e preservare così la biodiversità e l’immensa ricchezza che vi regnano. Per proteggere, insomma, questa formidabile risposta della natura alle nostre città troppo costruite, alle campagne troppo industrializzate, ai nostri spazi ormai troppo antropizzati.
Autore: Paola CalviFonte: A+D+M

04/12/2009 commenti (0)