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FooDesign

0% FAT-FREE

 

In un’epoca dove ogni cosa viene propinata per ciò che non è, il cibo torna ad assumere un ruolo essenziale e il benessere psico-fisico riacquista la propria centralità nella vita dell’uomo alla ricerca di se stesso. Non basta bere un caffè decaffeinato, bisogna bere un caffè in una tazzina Dec per non assumere caffeina. Non basta cucinare una bistecca alla piastra, bisogna che la piastra parli, che ci dica che quella è una vera bistecca. Solo mangiando una vera bistecca si potrà conquistare una vera forma e una vera forma è la sostanza di una vita assolutamente vitale. La cucina parla e ripropone la sua essenza. 0% Fat-Free.
Autore: Di Filippo | Di Vito | Moretta
Fonte: studiooneoff

21/11/2009 commenti (0)

Il cibo è materia-il cibo è linguaggio

Food Design® 5
 


10.10.2008 > 28.10.2008
sedi varie
 
E' prevista il 10 ottobre 2008 alle ore 18.30 l'inaugurazione della quinta edizione di Food Design® la mostra-evento che presenta al pubblico i progetti di designer che hanno elaborato nuovi concept legati alla somministrazione del cibo creando usi e funzioni che diventano nuovi rituali e che sviluppano modelli innovativi di presentazione e di consumo.
La mostra si svilupperà negli spazi di Eataly, dove verranno esposte le tavole e i prototipi dei 60 progetti selezionati e dove venerdì 17 ottobre alle 18.30 si svolgerà la premiazione dei migliori progetti in concorso. I premi istituiti dalla Camera di Commercio, sono distinti in due differenti categorie: "design per vino e distillati" e "design con e per il cibo.
E' previsto inoltre un Corner Food Design® presso lo stand Camera di Commercio di Torino al Salone del Gusto 2008 (23-27 ottobre) in cui saranno esposti anche i progetti del concorso Choc-à-porter.
I locali del Quadrilatero Romano ospiteranno il 24 ottobre a partire dalle ore 18,30 food-show party un momento di festa e un ulteriore sede per rivedere alcuni dei progetti della storia di Food Design.



Tipologia: Mostra + Workshop + Evento

INFORMAZIONI
+39 0114360383

oneoff@fastwebnet.it


SEDI:

 

 10.10.2008 > 28.10.2008
Esposizione dei prototipi del concorso
Eataly
via Nizza, 230 - Torino

17.10 2008
premiazione del concorso, ore 18.30
Eataly
via Nizza, 230 - Torino

 

24.10.2008
Food-show party dalle h.18.30
Quadrilatero Romano
via Bonelli, via Sant'Agostino, piazza Emanuele Filiberto - Torino

23.10.2008 > 27.10.2008
Salone del Gusto, stand Camera di commercio di Torino
Lingotto Fiere
via Nizza, 294 - Torino



www.food-design.it
www.studiooneoff.it
www.food-design.it

21/11/2009 commenti (0)

Trongs, finger food

Trongs, utensili per finger-food

 

Uno degli ambiti più produttivi del design è sicuramente quello dedicato al food.

 

Le idee arrivano copiose da tutto il mondo. L’ultima che ho trovato si chiama Trongs, un sistema per il finger-food studiato per mangiare con le mani, senza sporcarsele.

 

 

I Trongs sono dei piccoli utensili di

food-design, facilmente impugnabili con le mani che si adattano alle dita sistemandosi perfettamente tra indice-medio e pollice senza ostacolare i movimenti naturali delle mani o delle dita.

 

Una volta impugnati è possibile toccare tutti i cibi senza sporcarsi le mani, nel massimo dell’igiene anche se non ci siamo lavati le mani.

 

Il particolare design di Trongs, con quelle estremità curvate e leggermente appuntite le rende simili a delle pinzette e adatte ad afferrare qualsiasi cibo, dal più piccolo al più grande, in totale comfort. Diversamente da 

Pick It o 

Eat with Your Finger Trongs ci lasciano liberi di fare movimenti istintivi, di stringere il cibo con le dita proprio come se non avessimo nessun accessorio tra le mani. Il design stesso di Trong è stato infatti  studiato ergonomicamente sulle tre dita -indice-medio-pollice- che utilizziamo per mangiare con le mani. Dopo averli utilizzati basta lavarli e sono pronti per il prossimo finger-food.

Oltre a costare pochissimo (6paia circa 3€), sono utili e li può usare anche un bambino. Date un’occhiata al video. 
Fonte: A+D
By Ivana

07/11/2009 commenti (0)

Curiosità golose

Sapere e sapori di Sardegna

 
 

Acqua, farine e tanto sapere. Sono solo questi gli ingredienti che servono per creare un patrimonio di inestimabile valore. Quello delle paste della tradizione sarda.

S’abba e su trigu, l’acqua e il grano, alimenti poveri, doni della natura e del lavoro nei campi da sempre praticato nell’isola. Per il sapere il discorso è più profondo.

Manualità, creatività, dosi molto spesso quantificate senza le unità di misura che tutti conosciamo; ricette e movimenti delle mani e dei polsi tramandate per decine e decine di anni da madre in figlia, sempre con la benedizione delle nonne, carismatiche e custodi di grandi segreti: sono questi gli elementi che vanno a formare il terzo ingrediente, il sapere delle paste della tradizione.

La storia, però, tante volte insegna che senza nulla di scritto il rischio è quello di perdere pezzi importanti di cultura. Far conoscere, mettere nero su bianco, divulgare ricchezze della terra diviene quindi indispensabile.


Appare quindi fondamentale l’avvio da parte di Sardegna Ricerche - organismo regionale che si occupa di ricerca – di un progetto chiamato Paste fresche: Valorizzazione della tradizione alimentare sarda. Un ingente lavoro che comprende anche l’edizione del bellissimo volume Sardegna Le paste della tradizione.

“Abbiamo un inestimabile patrimonio culturale-tradizionale da tutelare e preservare – spiega Giuliano Murgia, presidente di Sardegna Ricerche – e l’obiettivo di questo volume, e anche quello di far conoscere e tramandare saperi e sapori”.

Il libro è stato curato da Gilberto Arru, giornalista, uno dei più grandi conoscitori dell’enogastronomia isolana, e le fotografie sono di Antonio Saba. Sono presenti foto di scorci e panorami della Sardegna, immagini di preparazioni e lavorazioni delle paste, come anche immagini di piatti, frutto di ricette creative ideate e realizzate dallo chef Achille Pinna: si cerca così di porre l’accento sull’importanza che possono avere i cuochi sardi   nel proporre alcune pietanze preparate con l’utilizzo di antiche ricette di pasta.

“Alcuni ristoratori eccellono – afferma Arru - e creano piatti con paste di origine antica e poco conosciute che, diversamente, rischiano di essere dimenticate per sempre”.

Sfogliando e leggendo il libro la nostra curiosità verrà poi stimolata da tantissimi nomi e nomignoli: la lingua sarda, con le sue declinazioni dialettali, e le piccole differenze di impasti ci offrono una nomenclatura ricca e complessa.

“I più conosciuti malloreddus (gli italianizzati gnocchetti) vengono chiamati anche malloreddos, cicciones, ciccioneddos, maccarrones cravaos, maccarrones tundos, macarrones caidos, cassulli e chjusoni, ma – prosegue Arru - capita persino che paste completamente diverse assumano bizzarramente il medesimo nome; il lavoro di ricerca, per questo, è stato complesso e faticoso”.

Intelligente e comoda per la consultazione del volume, infine, la suddivisione nei territori o nei singoli paesi dove la pasta ha avuto un’importanza maggiore: basta questo per capire tutte le varianti prodotte e il connubio stretto con il territorio.

Sarebbe veramente un peccato perdere questo pezzo di cultura che tutti noi abbiamo il dovere di preservare e tramandare

Giuseppe Carrus
Fonte:GRH

21/11/2009 commenti (0)

Il pasticciere 5 stelle Albert Adrià benedice il matrimonio cibo-design


 
A sentire le parole di Nicolas Cocino, docente di «interior e furniture design» allo Iaad, l’Istituto di Arte Applicata e Design di Torino, ormai da anni riconosciuto in tutta Europa (tanto che dal 2005 i suoi corsi, conformi all’Ects, sistema di crediti universitari europei, sono validi per il conseguimento dell’European Bachelor e del master in Science in Design), sembrerebbe di assistere alla rinascita di una forma di panteismo neo-greco o rinascimentale: nel suo discorso introduttivo al corso «Food & Design», costruito in versi e tutt’altro che convenzionale per forma e contenuti, il professore parla infatti, sotto gli sguardi incuriositi di studenti, giornalisti ed esperti del settore (tra i presenti anche i fratelli Davide e Gabriele Adriano, titolari dello studio torinese Adriano Design e docenti di design industriale al Politecnico di Torino), di «anima delle cose», di «sensibile», di «pianoforte» e di «musica», di «suoni della natura» che riecheggiano negli oggetti.
 
Per fortuna gli interventi di Laura Milani, direttrice dell’istituto, e di Pier Bussetti, chef della prestigiosa Locanda Mongreno e professore allo Iaad, decisamente meno criptici, fanno luce, per quanto possibile, sul concetto alla base del nuovo insegnamento, sperimentato con successo durante l’anno accademico 2007-2008, ed entrato oggi tra le materie curriculari dell’istituto.
 
«La congiunzione - spiega Milani - fa la differenza: quello che la scuola propone non è un corso di food design, ma di food & design, che prevede la stretta collaborazione tra esperti dei due diversi campi dell’alta gastronomia e del disegno d’interni».

 

E la collaborazione, almeno nella forma e nei modi proposti durante lo scorso anno accademico da Cocino e Bussetti, funziona, o almeno così è parso ai pochi eletti chiamati a valutare, nelle due presentazioni pubbliche












(16 aprile 2008, ristorante Cipriani, New York e 7 novembre 2008, party di inaugurazione di Artissima 15), i prodotti (foto) del corso oggi inserito nel curriculum del terzo anno degli studenti di «interior e furniture design».
 
 

In occasione della presentazione pubblica del nuovo insegnamento, i responsabili dello Iaad hanno voluto come ospite Albert Adrià, chef pasticciere del ristorante più quotato al mondo, lo spagnolo «Elbulli» (locale all’interno del quale 70 cuochi si prendono cura giornalmente di appena 50 clienti), che, servendosi del contenuto del suo libro «Natura», uscito a ottobre 2008, ha illustrato la sua particolare visione del rapporto tra cucina e design.

«In quanto pasticciere - ha spiegato Adrià - la mia più grande paura è quella del piatto vuoto. Quando un cuoco prepara un piatto di pesce, non ha dubbi: il suo ingrediente principale sarà il pesce. Per un pasticciere, invece, le cose sono diverse: il dolce offre una libertà assoluta». Per porre rimedio alla preoccupante libertà offerta dalla pasticceria, lo chef, folgorato dalle creazioni del maestro giapponese Ishida del ristorante Mibu di Tokyo (altro locale ultra-esclusivo, costituito da un unico tavolo e in grado di ospitare un massimo di otto persone), e dal loro rapporto (anche visivo) con i ritmi stagionali, ha preso a modello la natura, e dal 2006 prepara ricercatissimi dolci nei quali la scelta di una forma precede e ispira la selezione degli ingredienti.



Fiori e frutta, ma anche terra, sassi e piccoli ambienti curati nei minimi dettagli vengono ricreati quotidianamente nelle cucine di Elbulli grazie a un perfetto equilibrio tra cucina creativa e tradizione, metodi antichi e innovazioni tecniche, gusto e apparenza, cibo e design.
 
Così, sotto gli occhi di tutti, grazie alle testimonianze (ahimè solamente fotografiche) dell’opera di Adrià, chef ma anche ricercatore, scultore, designer e regista (insomma, un artista completo, che in perfetto stile postmoderno si serve liberamente di suggestioni, odori, gusti e metodi anche lontani dalla sua tradizione culturale, abbandonandosi al libero gioco delle contaminazioni, delle associazioni, delle decostruzioni e ricostruzioni), anche le misteriose parole di Cocino assumono una loro intellegibilità e coerenza.
 
Spazio allora agli allievi dello Iaad e alle loro future creazioni, tanto più se sapranno seguire le indicazioni dell’illuminato Adrià, convinto che, in fondo, lo scopo dell’alta gastronomia non sia tanto quello di «vendere cibo», quanto quello di «vendere sensazioni ed emozioni», e che per la produzione di queste il design svolga un ruolo di primo piano.
A cura di: Fabrizio Fulio Bragoni
21/11/2009 commenti (0)